Il corpo che resiste
- 9 lug
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Un punto per ogni respiro dei giorni buoni. In questo tempo intermittente anche ricamare è stato un lavoro lentissimo, ma carico di tutta l'intenzionalità delle forze residue. Ho dovuto ridurre la varietà di punti usati per via della difficoltà di impegnare le dita addormentate dai farmaci, ma ho voluto rieditare una delle camicie vintage da cui ho realizzato i pizzini. Era di mia mamma, e mentre lei mi assisteva durante le terapie io ho fatto in pezzi e ricomposto una sua vecchia camicia. Un po' quello che ha fatto la malattia con me, spezzarmi e obbligarmi alla ricostruzione.

L'intento (anche stavolta) era di raccontare un momento e indossarlo. Vestirsi dei propri panni significa segnare l'evoluzione del senso di sé, questo per me vale per i tatuaggi quanto per gli upcycling degli abiti. Questa strada passa inevitabilmente dall'illustrazione e da una ricerca. Se per segnare la pelle scelgo delle professioniste basandomi su approcci e stili, sul tessuto mi accontento della mia mano e di un mix di ispirazioni che sicuramente si riflettono nel disegno finale (qui c'è un evidente riferimento a João Incerti).
Abbiate pietà di giudizio e pazienza di leggere (più sotto) il significato di questo lavoro. È oltre un decennio che il ricamo continua ad essere terapia, esercizio e parola. Mantra. Stavolta, in qualche modo, salvezza. Perché solo questo scrivere conosco.
È sulla mia pelle che conosco il corpo, un intero che non è solo carne. Ho imparato nuovi gesti di cura e al contempo fatto battaglia sullo stesso territorio. Il corpo che resta, resiste, insegna.



